A Napoli un master per curare la depressione con il sapere

 Tratto da "Il Messagero" Venerdì 26 Agosto 2005

filosofia come medicina

di SERGIO GIVONE

 

NEI primi secoli dell'era volgare a Roma alcuni celebri filosofi greci aprirono scuole di filosofia. I cittadini delle classi agiate vi accorrevano. Perché lo facevano? Com'è noto i romani avevano uno spiccato senso pratico. E siccome quelle scuole costavano tempo e denaro, se ci andavano non era certo per mera curiosità intellettuale. Al contrario, erano convinti che la filosofia insegnasse a vivere bene. La loro idea era che per vivere bene bisognasse anzitutto sapere che cos'è il bene, così come per godere delle cose belle bisognasse sapere cos'è il bello. Perciò, a torto o a ragione, quei bravi cittadini si appassionavano alla filosofia, e seguivano (pagandoli profumatamente) i filosofi che avevano fama di ottimi insegnanti.
Nihil sub sole novi , dunque. Il fatto che la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'università di Napoli (il cui preside è un filosofo di prim'ordine, Eugenio Mazzarella), insieme con le analoghe Facoltà di Pisa e di Cagliari, apra nel prossimo anno accademico ormai alle porte un master intitolato Applicazioni professionali della filosofia: la consulenza , non fa che rendere attuale quell'antica convinzione. La quale, tra l'altro, è connaturata alla filosofia e appartiene alla sua storia. Risale per lo meno a Socrate l'idea che per agire correttamente sia necessario essere consapevoli di quel che si fa.
Tutto pacifico, dunque, tutto secondo tradizione? Qui occorre fare chiarezza. Un conto infatti è pensare che la filosofia contribuisca in maniera determinante ad aprire e a formare la mente, a dotarla di strumenti efficaci nella comprensione della realtà, a renderla duttile nell'affrontare situazioni complesse. E un altro conto è ritenere che la filosofia sia una tecnica buona a tutti gli usi e da adattare alle circostanze, se non un surrogato della psicologia o della psicoanalisi.
La filosofia è una disciplina rigorosa, che risponde a domande universali sul senso (o sul non senso) della realtà, non una tecnica di intervento su di essa che pretenda di modificarla o di migliorarla. A quest'ultimo obiettivo tendono le scienze umane, che al loro interno hanno elaborato pratiche di assistenza sociale o psicologica. E sebbene esse abbiano evidenti risvolti filosofici, la filosofia resta un'altra cosa.
Vediamo ad esempio come filosofia e psicologia affrontano il problema della sofferenza. La filosofia s'interroga sul senso della sofferenza. E potrà rispondere che il senso della sofferenza è di non averne nessuno, perché il mondo è assurdo. O che la sofferenza è l'espiazione di una colpa, non necessariamente una colpa commessa da chi ne sta pagando il fio. E così via. Alla psicologia interessa invece capire le ragioni, i motivi, le cause per cui uno soffre. E magari, come nel caso della psicoanalisi, tentar di rimuovere queste cause. Se nella depressione la psicoanalisi vede (giustamente) un male da curare, nella stessa patologia la filosofia crede di intuire (altrettanto giustamente) l'inquietante presenza del nulla. Come si vede, due prospettive ben diverse.
Resta vero tuttavia che imparare a porre bene le domande non può che avere effetto benefico sulla mente e sul cuore. Si ottiene infatti come risultato un allargamento della coscienza, un'uscita dalla confusione, o, come ha detto il preside Mazzarella, una medicina della mente. E' questo il compito che si vuole assegnare al consulente filosofico? Se è questo, ben venga la nuova figura professionale. Che in fondo non è neanche tanto nuova. E' accaduto negli anni scorsi che alcune aziende offrissero impiego ai migliori laureati in filosofia non tanto per le loro competenze specifiche quanto per la forma mentis che lo studio della filosofia aveva contribuito a modellare. Da qui a riconoscere che la filosofia aiuta a districarsi nel gran labirinto del mondo, il passo è breve.